Incisa su una lastra di pietra locale e successivamente installata nel suolo della cava di Mater Domini, all’interno del museo a cielo aperto, quest’opera trasforma la ferita industriale della pietra in superficie di memoria e corpo sacro.
La figura centrale richiama Mater Matuta, antica dea italica dell’aurora e del parto: il ventre circolare diventa cava, utero, soglia tra oscurità e nascita.
Attorno, il temenos geometrico ridefinisce la cava come recinto rituale, mentre i cerchi concentrici evocano la vegetazione spontanea che ricolonizza lo spazio estratto, trasformandosi in oculi della terra e simboli di connessione tra sottosuolo, terra e cielo.
L’inserimento dell’opera compie un atto di restituzione: al contesto vulnerato, estratto, svuotato, abbandonato, viene riconsegnato un nome sacro e una presenza femminile primordiale.
Non si tratta di musealizzazione né di decorazione ambientale, ma di un rituale di risarcimento simbolico, nella convinzione che la pietra ferita possa tornare a essere, attraverso il segno, corpo sacro e luogo di soglia.




